|
|
MILANO-
Deluso dalla politica, ferito in amore.
Cristiano De André, 38 anni,
genovese, torna all'attività
discografica con l'album "Scaramante".
Dopo la morte del padre Fabrizio, il
cantautore è stato lontano dalle
scene per un anno e mezzo. Ora escono 10
canzoni, a metà tra l'osservazione
sociale ("Le quaranta carte", "Sapevo il
credo", "La diligenza") e il bilancio
sentimentale ("Fragile scusa", "Il
silenzio e la luce", "Buona speranza"),
dove fra l'altro De André cerca
soluzioni musicali inedite.
Cristiano,
lei parla di delusione politica e
ideologica. «Sì,
per la corsa dissennata ad accaparrarsi il
potere. C'è gente che non pensa ad
altro. Un tempo c'era un bisogno reale di
fare politica. Forse perché c'era
più ideologia. Ora siamo al
consumismo come suicidio di massa. Siamo
pieni di optional che ci costano miliardi,
e c'è gente che muore di fame. Poi
non possiamo lamentarci se
s'incazza».
In
"La diligenza" lei racconta la fuga di un
condannato a morte.
«Mi
sono ispirato al protagonista di "Il
miglio verde". Solo che il mio riesce a
scappare dal cellulare che lo porta al
braccio della morte. Sale su uno di quei
bus messicani, chiamati "wahwah", una
specie di nuova diligenza, e i turisti lo
aiutano a passare il confine».
Lei
crede che ci sia molta umanità, in
giro?
« Sicuramente ne ha più la
gente di uno Stato che dà di nuovo
la morte. Credo nel rapporto diretto fra
persone. Ma non nel potere».
Lo
diceva anche suo padre.
«Sì,
lui sosteneva che non esistono poteri
buoni. E' un'eredità che mi tengo
stretta. Me la tengo molto
cara». E'
un album autobiografico?
«Inevitabilmente.
Quando è morto mio padre, ho
passato un anno lontano dalla musica. Non
ero sicuro di cosa avrei fatto. Mi sono
trasferito in Sardegna, ho curato
l'azienda di famiglia. Ed è nata
mia figlia Alice, il 5 maggio, quattro
mesi dopo la morte di Fabrizio. Per un
anno e mezzo non ho suonato, era l'ultima
cosa che mi passava per la testa. Poi,
come un serbatoio che si riempie, ho
sentito il bisogno di dire qualcosa. E'
stato come riemergere da un periodo di
meditazione».
Non
a caso, qui anche l'amore è
sofferto.
«Sono
passaggi naturali: quando è troppo
vicino, l'amore non riesci a vederlo. Te
ne accorgi quando è passato. e
allora soffri. Ovvio che le persone con un
minimo d'introspezione stanno molto peggio
delle altre. Ma non vorrei dire una
banalità, fare della
retorica».
Ha
paura di essere
retorico?
«No, o almeno non quando si devono
dire cose importanti».
Pensa
di essere maturato, con questo disco?
«Preferisco
chiamarla presa di coscienza. Uno sguardo
sereno al passato. Quando si prendono
strade difficili e si riesce a uscirne,
bisogna cercare di capire com'è
cominciata: perché hai preso una
certa direzione. Di solito c'è
sempre una scusa, dai la colpa a qualcuno.
Invece, è stata solo una tua
responsabilità».
Di
queste canzoni, quale sceglierebbe come
guida per i suoi figli?
«Nessuna.
Io non mi sento una guida per nessuno. E
con i miei figli preferisco giocare».
Renato
Zero invita i poeti a farsi sentire e
rispettare. Lei cosa pensa?
«In
Italia si leggono già pochi libri,
quindi scrivere poesia è un
problema. E non credo nemmeno che sia il
momento adatto per farlo. Io, almeno, non
riesco. Non sono tempi molto poetici.
Forse sta nascendo un nuovo linguaggio
poetico. Per dire "sono disperato e bevo
birra", gli ermetici avrebbero recitato
"mi bevo un barattolo di birra disperata".
Domani, magari, si dirà
semplicemente: non sono più
disperato».
|