Scaramante


CRISTIANO AUTOBIOGRAFICO
«Il Secolo XIX» 7.11.2001

MILANO- Deluso dalla politica, ferito in amore. Cristiano De André, 38 anni, genovese, torna all'attività discografica con l'album "Scaramante". Dopo la morte del padre Fabrizio, il cantautore è stato lontano dalle scene per un anno e mezzo. Ora escono 10 canzoni, a metà tra l'osservazione sociale ("Le quaranta carte", "Sapevo il credo", "La diligenza") e il bilancio sentimentale ("Fragile scusa", "Il silenzio e la luce", "Buona speranza"), dove fra l'altro De André cerca soluzioni musicali inedite. Cristiano, lei parla di delusione politica e ideologica. «Sì, per la corsa dissennata ad accaparrarsi il potere. C'è gente che non pensa ad altro. Un tempo c'era un bisogno reale di fare politica. Forse perché c'era più ideologia. Ora siamo al consumismo come suicidio di massa. Siamo pieni di optional che ci costano miliardi, e c'è gente che muore di fame. Poi non possiamo lamentarci se s'incazza». In "La diligenza" lei racconta la fuga di un condannato a morte. «Mi sono ispirato al protagonista di "Il miglio verde". Solo che il mio riesce a scappare dal cellulare che lo porta al braccio della morte. Sale su uno di quei bus messicani, chiamati "wahwah", una specie di nuova diligenza, e i turisti lo aiutano a passare il confine». Lei crede che ci sia molta umanità, in giro? « Sicuramente ne ha più la gente di uno Stato che dà di nuovo la morte. Credo nel rapporto diretto fra persone. Ma non nel potere». Lo diceva anche suo padre. «Sì, lui sosteneva che non esistono poteri buoni. E' un'eredità che mi tengo stretta. Me la tengo molto cara». E' un album autobiografico? «Inevitabilmente. Quando è morto mio padre, ho passato un anno lontano dalla musica. Non ero sicuro di cosa avrei fatto. Mi sono trasferito in Sardegna, ho curato l'azienda di famiglia. Ed è nata mia figlia Alice, il 5 maggio, quattro mesi dopo la morte di Fabrizio. Per un anno e mezzo non ho suonato, era l'ultima cosa che mi passava per la testa. Poi, come un serbatoio che si riempie, ho sentito il bisogno di dire qualcosa. E' stato come riemergere da un periodo di meditazione». Non a caso, qui anche l'amore è sofferto. «Sono passaggi naturali: quando è troppo vicino, l'amore non riesci a vederlo. Te ne accorgi quando è passato. e allora soffri. Ovvio che le persone con un minimo d'introspezione stanno molto peggio delle altre. Ma non vorrei dire una banalità, fare della retorica». Ha paura di essere retorico? «No, o almeno non quando si devono dire cose importanti». Pensa di essere maturato, con questo disco? «Preferisco chiamarla presa di coscienza. Uno sguardo sereno al passato. Quando si prendono strade difficili e si riesce a uscirne, bisogna cercare di capire com'è cominciata: perché hai preso una certa direzione. Di solito c'è sempre una scusa, dai la colpa a qualcuno. Invece, è stata solo una tua responsabilità». Di queste canzoni, quale sceglierebbe come guida per i suoi figli? «Nessuna. Io non mi sento una guida per nessuno. E con i miei figli preferisco giocare». Renato Zero invita i poeti a farsi sentire e rispettare. Lei cosa pensa? «In Italia si leggono già pochi libri, quindi scrivere poesia è un problema. E non credo nemmeno che sia il momento adatto per farlo. Io, almeno, non riesco. Non sono tempi molto poetici. Forse sta nascendo un nuovo linguaggio poetico. Per dire "sono disperato e bevo birra", gli ermetici avrebbero recitato "mi bevo un barattolo di birra disperata". Domani, magari, si dirà semplicemente: non sono più disperato».

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