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Aveva
soltanto bisogno di tempo. C'erano tanti
fantasmi, tanti incubi da scacciare. Poi
è accaduto che intelligenza e
sentimenti si saldassero con il talento, e
la morsa artistica è diventata
finalmente tenace. Addirittura
irresistibile. Ciò che fino ad un
giorno prima aveva vissuto con qualche
complesso di troppo - quel cognome
così nobile e così
irraggiungibile, nella storia della
canzone d'autore - gli deve essere apparso
sotto un anuova luce. Chissà. Un
sorriso, una benedizione dal cielo.
Cristiano De André ha fatto appello
a tutto il suo orgoglio, a tutta la forza
sin lì trattenuta tra le pieghe
delle sue ansie e delle sue insicurezze. E
ha scritto con furore, di notte e di
giorno. Suoni e parole per dare corpo - un
corpo adulto, maturo, consapevole della
sua grandezza - a una pioggia di canzoni
dense di "buona speranza", come recita il
titolo d'avvio di "Scaramante", il suo
sesto album. Per affinare le forme di
quelle canzoni, Cristiano ha scelto di
allargare il giro della compagnia,
lavorando gomito a gomito con altri
autori, sommando la propria alle altrui
sensibilità: Oliviero Malaspina,
soprattutto, e poi Mauro Pagani, Danny
Greggio, Daniele Fossati (quello di
"Dietro la porta"), Massimo Talamo, Luca
Cersosimo, Rudy Marra (che ha scritto il
testo di "Sapevo il credo", sulle musiche
di Eros Cristiani e Fabrizio Casalino,
nell'unico brano del disco che non porta
la firma De André). Eppure la
regia, lo stile, la voce, la
strumentazione, l'anima del disco
riconducono sempre a Cristiano, al suo
immenso serbatoio di umori sonori.
«Volevo che "Scaramante" non avesse
una precisa impronta musicale, e che
riflettesse un po' tutti i miei amori
», racconta lui. «Sono stato
legato alla canzone d'autore e al rock
acustico, a Bob Dylan, Lou Reed, Tom
Petty, CSN&Y, poi ho masticato a lungo
la musica etnica, affinando il gusto per
la world ma anche per l'elettronica, e a
certe tendenze sperimentali che partono da
Peter Gabriel e giungono sino a
Björk. Però mi piacciono anche
le cose più semplici, la
comunicativa immediata...». Tanti
imput che arrivano, si mescolano, si
intrecciano e si confondono, in
"Scaramante", che pure è
esattamente quel che ci si aspetta da un
signore - certamente non più un
ragazzo: ha 39 anni e quattro figli - che
si chiama De André. Canzone
d'autore, detto in soldoni, intendendo
però un cantautorato capace di
adeguarsi ai tempi, di sintonizzarsi sulle
frequenze armoniche del nuovo che - anche
in musica - avanza. Dalle dieci canzoni
del disco, peraltro, emerge anche una
potenza lirica mai così intensa e
reiterata nelle precedenti esperienze di
Cristiano con la pagina scritta. Vivendo
come una terapia la costruzione
dell'album, il de andré "liberato"
ha distribuito con passi poetici crudi e
rivelatori i propri tormenti esistenziali.
E li ha cacciati all'inferno, una volta
per tutte, sparando pure sulle ipocrisie
di una società che ben si
rispecchia nella caustica invettiva di
"Lady Barcollando", così vicina
alla palestra di papà Fabrizio. Non
è un caso: quando si rivolge
direttamente al padre, al maestro che ebbe
la fortuna di avere in casa, Cristiano
raggiunge l'apice dell'ispirazione, come
testimonia "Il silenzio e la luce",
l'ultimo, strepitoso sigillo.
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