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ROMA-
L'orgoglio di un De André si misura
sulla distanza. Si manifesta attraverso
tempi dilatati, anni di riflessione e di
viaggi interiori, alieni all'industria
dell'abitudine. Sei anni sono trascorsi
dall'ultimo album del figlio d'arte
Cristiano, che torna finalmente sulla
scena della musica con "Scaramante", il
suo disco più maturo, raffinato e
soprattutto consapevole. «Dopo il
tour con mio padre del '98, e quanto di
tragico è accaduto poi, sono
scappato in Sardegna, nella nostra azienda
di agriturismo. Tutto avevo in testa
tranne che la voglia di suonare»,
ricorda Cristiano De André, 39 anni
il prossimo dicembre. «Sono rimasto
per un anno e mezzo senza prendere in mano
uno strumento, e nel frattempo è
nata Alice, l'ultima dei miei quattro
figli, il cui arrivo non ho avuto neppure
il tempo di annunciare a papà.
Tutte queste emozioni mi hanno riempito
come un serbatoio, come mai mi era
accaduto nel passato. Allora ho avvertito
un bisogno fisiologico di scrivere, e in
un mese ho composto 16, 17 canzoni, che mi
sono venute quasi di getto». Dal
lungo e severo lavoro successivo di
selezione, affrontato con collaboratori in
linea con l'apertura sonora del progetto,
primo fra tutti Oliviero Malaspina,
coautore di cinque delle dieci canzoni,
è nato "Scaramante". Un disco dove
il testimone artistico di De André
padre sembra scivolare per magia tra le
mani del figlio. «Per quello che ha
scritto e fatto, per la sua coerenza,
Fabrizio è un maestro. Per me, per
intere generazioni. Io ho avuto la fortuna
di averlo in casa. Ho sempre vissuto ogni
possibile confronto con un senso di
angoscia e di smarrimento», confida
Cristiano. «Per me era difficile
scrivere prima, quand'era in vita, e
ancora di più lo è adesso.
Ma ora ho esorcizzato i dubbi, le
incertezze e le strade sbagliate della mia
esistenza. Scoprendo che un disco
può essere terapeutico». La
terapia di Cristiano insegue il sogno
salvifico dei suoni senza cliché,
spalancati su un orizzonte immaginifico.
«Ho scelto di proiettare la
musicaverso più direzioni
perché somigliasse a me, che sono
innamorato di tanti generi diversi. Prima
ero legato alla canzone d'autore e al rock
acustico», spiega «poi ho
vissuto i sapori della musica etnica, e ho
maturato il gustoper la world,
l'elettronica, le tendenze sperimentali.
Ho mescolato i tanti input, le mie
curiosità, i vecchi amori e quelli
più recenti». Il risultato
è l'impressionante mosaico musicale
di "Scaramante". Ma ancor più
sorprendente è l'equilibrio che
Cristiano De André ha instaurato
tra il suono e la parola, in trasparente
assonanza poetica con il testamento
artistico di papà Fabrizio, al
quale sono espressamente dedicate un paio
di canzoni ("Il silenzio e la luce", la
più intimista dell'album, e "Sempre
anà", per metà cantata nella
lingua familiare della sua Genova) e
riferimenti disseminati un po' ovunque.
Fino all'esplicita citazione di "Lady
Barcollando", che riprende il concetto
delle "puttane di regime" espresso da
Fabrizio nella profetica "La domenica
delle salme". «Il cammino filosofico
che ha attraversato secoli di storia sta
traballando insieme alla nostra
società» dice Cristiano.
«Stiamo celebrando l'orribile trionfo
dell'avere sull'essere, servi o padroni di
un regime basato sulla compravendita di
ogni genere di merce, dove gli esseri
umani contano solo in quanto consumatori o
utenti, mai come liberi pensatori.
Sperperiamo cumuli di miliardi
sull'inutile, generando nel frattempo
cumuli di morte. E fingiamo pure di
stupirci se nel mondo qulcuno arriva ad
odiarci». Liberato dagli incubi (e
dagli alibi) esistenziali di un passato
tormentato, Cristiano De André
mostra ora la sua serenità di
artista e di uomo. E l'orgoglio per il
cognome che porta. «Me lo sento
sempre vicino, Fabrizio, e ripenso spesso
alle ultime parole che mi ha detto: mi
raccomando, continua a scrivere e a
suonare, che sei bravo».
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