Scaramante


FUORI DALL'OMBRA
«Famiglia Cristiana» 6.01.2002 di G. Vesigna

«Ho superato un periodo buio, di paure e di angosce. Ora sono pronto a tornare a vivere, a cantare, a comunicare...». Cristiano De André giustifica, in qualche modo, il suo silenzio che durava ormai da due anni. E non esita a spiegare i motivi della sua "crisi", finalmente risolta con l'uscita del suo nuovo album che si intitola "Scaramante": «Per tre anni sono stato in tournée con mio padre. sino ad allora ci vedevamo poco. Sai com'era fatto, un po' orso. Suonare con lui, frequentarlo ogni giorno, ci ha avvicinato moltissimo. Ci ha consentito di conoscerci a vicenda. Poi, quando lui, due anni fa se n'è andato, io sono piombato in uno stato di apatia. Per fortuna avevo mia figlia Alice, che ora ha due anni e mezzo: il suo amore mi ha aiutato a non cadere in depressione». Trentanove anni il 29 dicembre, Cristiano sembra aver ritrovato gli entusiasmi della sua professione e la voglia di ritrovare il suo pubblico.

Cosa significa "Scaramante"? «E' un po' la chiave di lettura di quel che racconto, nel doppio senso del neologismo "scaramante", che ho preso in prestito da un film di Daniele Pignatelli. Il significato più evidente è proprio la scaramanzia, magari criticabile, ma che può aiutarti a credere che possa andar meglio. Poi c'è quella "esse" prefissale, che fa riferimento a esperienze, amori, persone, situazioni non più care, non più amate. O troppo care o troppo amate: "s.car.amante". Comunque c'è molto di me e della mia vita nel disco».

Ascoltando le dieci canzoni, sembra che tu abbia voluto spaziare in vari generi musicali. Ma il risultato non è stridente, anzi, alla fine si ha l'impressione che da questo "magma" di note esca un discorso logico e del tutto omogeneo...Solo in "Il silenzio e la luce" la tua voce ricorda quella di tuo papà... «Infatti è dedicata a lui. un'altra, "Sapevo il credo", è la versione di un antico canto popolare. Con "Le quaranta carte", in cui si sente la voce di Luvi, mia sorella, ho cercato di ribadire il concetto della scaramanzia come alibi nei confronti del destino. "Lady Barcollando" vuol rappresentare la nostra società, nella quale convivono vincitori e vinti, servi e padroni di un regime basato sulla compravendita di qualsiasi merce; dove si esiste solo come potenziali consumatori o utenti, meno che mai come cittadini».

C'è anche speranza nel tuo disco. In "Buona speranza", per esempio...«Sì, è una canzone che vuol rammentare che certi momenti della nostra vita non potranno mai essere cancellati, né dal tempo né dal dolore e nemmeno dalla morte. Del resto, col passare degli anni ci si deve abituare a nuovi dolori e il ricordo aiuta a lenirli».

La canzone del tuo singolo "Sei arrivata" propone un ritmo incalzante, forsennato, sembra il modo di esorcizzare un incontro che sembrava bellissimo, ma che s'è rivelato devastante... «Una storia che ho vissuto...e me ne sono liberato così».

Una curiosità: in "La diligenza", che è un evidente atto di accusa contro la pena di morte, i passeggeri si mettono d'accordo per far fuggire un uomo innocente condannato alla pena capitale. Anche questo è autobiografico? « Stavo viaggiando su un pullman sgangherato che dal Messico mi portava in Guatemala e avevo appena visto il bellissimo film "Il miglio verde". Ricordi il personaggio di John Coffey, quel gigantesco nero dotato di straordinari poteri di guaritore? Aspettava, innocente, di salire sulla sedia elettrica. Beh, nel mio piccolo ho voluto salvarlo...».

Tutti ti considerano un cantautore. E' un'etichetta che accetti? «Nell'accezione più comune e diffusa, il cantautore è obbligato ad ammorbarti di tristezza. Dev'essere per forza maledetto, come Baudelaire o Villon. E invece no, io non mi sento così. e per fortuna è arrivato Jovanotti, che ha smantellato quel tipo di icona paraintellettuale. Ha dimostrato che si può affrontare il sociale senza esser lugubri e parlare alla gente senza renderla triste. Gloria a Lorenzo!».

La tua vita, i tuoi amici? «Da anni mi sono trasferito a Milano, i miei amici più cari nell'ambiente sono Eugenio Finardi e Francesco Baccini. Del resto, ho dedicato questo mio ultimo disco agli amici persi, a quelli che si sono trovati, e a tutti quelli che si devono ancora trovare. Vivo sereno, mi piace la buona cucina, non mangio mai per nutrirmi. Però, quando esagero un po' ingrasso dal collo in giù, poi mi osservo allo specchio e mi sembra di vedere un pellicano. Guarda un po' se non ho ragione...».

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