Scaramante tour


Cristiano De André : amo Napoli, come papà
«Corriere del Mezzogiorno» 7 giugno 2002 di S. De Stefano

Il cantautore presenta «Scaramante» e ricorda il legame di Fabrizio con la città e Roberto Murolo

Sarà un caso, ma presentare un disco che si chiama «Scaramante» nella città che della scaramanzia ha fatto la sua bandieraè davvero il massimo. Ne è convinto Cristiano De André che stasera alle 21.30 suonerà sul palco di «Movimenti in Libertà» alla Mostra d'Oltremare. «Sì, conferma De André, e sarà una data importante, in cui fonderò la presentazione del mio nuovo cd con un omaggio a mio padre». Perché l'ha intitolato proprio «Scaramante»? «Perché è un disco molto importante, il primo che realizzo dopo la morte di papà. Ho attraversato un periodo un po' particolare, ripiegato su me stesso, non riuscivo più a cantare. Poi è come se mi fossi sbloccato ed è nato questo cd. E in assenza di riferimenti ideologici o religiosi, preferisco leggere l'oroscopo piuttosto che assistere ad un dibattito politico in televisione». Che disco è? «Un disco eclettico, in cui mi piace mischiare la tradizionale vena da cantautore con il rock e l'ethno-music. Fra le altre cose, infatti, ho ereditato da mio padre anche il bouzouky di Mauro Pagani, che ha suonato nel mio album». E dal vivo? «Presenterò l'intero cd ma aggiungerò anche tre canzoni di papà: due in genovese fra cui "Mégu Mégun" e "Il pescatore"». Perché proprio queste? «Mi diverto molto a cantarle. Ma potrei farne anche altre». Anche "Don Raffaè"? «Oddio, mica facile quella. Soprattutto per la lingua. Papà parlava un po' di napoletano, io invece non vorrei fare brutte figure». Ma i napoletani la perdonerebbero. Non pensa di accennarla almeno qui? «Vedremo, gli accordi li ricordo, forse riusciremo a provarla anche con gli altri musicisti, che sono Rocco Ziffarelli alla chitarra, Roberto Melone al basso, Carlo Giardina alle tastiere, Mario Punzi alla batteria e Giovanni Imparato alle percussioni, un partenopeo doc che fonde con originalità il suono delle congas alla sua voce». Che rapporto aveva suo padre con Napoli? «Era una città che amava moltissimo, complementare a Genova. Soprattutto per quel suo senso di libertà ai confini dell'anarchia, che entrambi abbiamo sempre ammirato. E poi a Napoli il mare c'è dovunque, anche quando non lo vedi. A Genova te lo devi andare a cercare». Ricorda, infine, qualche aneddoto legato al rapporto con Roberto Murolo? «Uno un po' buffo: era il concerto del primo maggio a Roma, papà e Roberto dovevano cantare insieme "Don Raffaè". Ma pioveva e Murolo arrivò sul palco molto provato. Durante il sound-check ad un certo punto si addormentò. Ma fu un attimo e l'esibizione andò benissimo». Stefano De Stefano

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