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Il
cantautore presenta «Scaramante»
e ricorda il legame di Fabrizio con la
città e Roberto Murolo
Sarà
un caso, ma presentare un disco che si
chiama «Scaramante» nella
città che della scaramanzia ha
fatto la sua bandieraè davvero il
massimo. Ne è convinto Cristiano De
André che stasera alle 21.30
suonerà sul palco di
«Movimenti in Libertà»
alla Mostra d'Oltremare. «Sì,
conferma De André, e sarà
una data importante, in cui fonderò
la presentazione del mio nuovo cd con un
omaggio a mio padre». Perché
l'ha intitolato proprio
«Scaramante»?
«Perché è un disco
molto importante, il primo che realizzo
dopo la morte di papà. Ho
attraversato un periodo un po'
particolare, ripiegato su me stesso, non
riuscivo più a cantare. Poi
è come se mi fossi sbloccato ed
è nato questo cd. E in assenza di
riferimenti ideologici o religiosi,
preferisco leggere l'oroscopo piuttosto
che assistere ad un dibattito politico in
televisione». Che disco è?
«Un disco eclettico, in cui mi piace
mischiare la tradizionale vena da
cantautore con il rock e l'ethno-music.
Fra le altre cose, infatti, ho ereditato
da mio padre anche il bouzouky di Mauro
Pagani, che ha suonato nel mio
album». E dal vivo?
«Presenterò l'intero cd ma
aggiungerò anche tre canzoni di
papà: due in genovese fra cui
"Mégu Mégun" e "Il
pescatore"». Perché proprio
queste? «Mi diverto molto a cantarle.
Ma potrei farne anche altre». Anche
"Don Raffaè"? «Oddio, mica
facile quella. Soprattutto per la lingua.
Papà parlava un po' di napoletano,
io invece non vorrei fare brutte
figure». Ma i napoletani la
perdonerebbero. Non pensa di accennarla
almeno qui? «Vedremo, gli accordi li
ricordo, forse riusciremo a provarla anche
con gli altri musicisti, che sono Rocco
Ziffarelli alla chitarra, Roberto Melone
al basso, Carlo Giardina alle tastiere,
Mario Punzi alla batteria e Giovanni
Imparato alle percussioni, un partenopeo
doc che fonde con originalità il
suono delle congas alla sua voce».
Che rapporto aveva suo padre con Napoli?
«Era una città che amava
moltissimo, complementare a Genova.
Soprattutto per quel suo senso di
libertà ai confini dell'anarchia,
che entrambi abbiamo sempre ammirato. E
poi a Napoli il mare c'è dovunque,
anche quando non lo vedi. A Genova te lo
devi andare a cercare». Ricorda,
infine, qualche aneddoto legato al
rapporto con Roberto Murolo? «Uno un
po' buffo: era il concerto del primo
maggio a Roma, papà e Roberto
dovevano cantare insieme "Don
Raffaè". Ma pioveva e Murolo
arrivò sul palco molto provato.
Durante il sound-check ad un certo punto
si addormentò. Ma fu un attimo e
l'esibizione andò benissimo».
Stefano De Stefano
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