Recensioni all'album
"Scaramante" 2001


La scaramanzia contro la guerra
«Il Mattino» 7.11.2001 di F. Vacalebre

Qualche anno fa Cristiano De André diceva di aver preso dal padre «la coerenza, la musicalità, l'amore per la cultura. Un po' meno la genialità». Ora Cristiano si trova solo, con quella voce che sembra clonata da quella di papà Fabrizio, e un album che arriva dopo un luno silenzio. Scaramante, dice il titolo, un gioco di parole rubato a un film di Daniele Pignatelli, a metà strada tra l'esorcismo e le care amanti perdute evocate da quella "s" prefissale. «E di scaramanzia ho bisogno io, come tutti quanti noi» spiega Cristiano: «Io perché so bene quanto sia importante questo disco nella mia carriera, quanto sia atteso soprattutto ora che mio padre non c'è più. Ho accettato questa responsabilità, ma senza farmene schiacciare: io sono io, io sono qui, se va bene ok, altrimenti...Ma la scaramanzia ormai è anche l'ultima risorsa dei popoli, almeno quelli occidentali, che dovrebbero ormai essere vaccinati dai fondamentalismi religiosi e politici. Perso il credo, qualsiasi credo, non rimane che un cornetto portafortuna». Amareggiato «dalla deriva patriottica e guerrafondaia che anima quest'Italietta», De André junior tenta di mettere insieme canzoni d'autore, certo songwriting rock americano (Tom Petty soprattutto) e nuovi orizzonti etnici (ancora un'eredità di papà) chiedendo una mano ad amici come Oliviero Malaspina, Daniele Fossati, Rudy Marra, Mauro Pagani. ll risultato è incerto, ma interessante e originale, come quel tenero germoglio fotografato all'interno della copertina. Cristiano ancora non ha trovato la sua cifra, a volte segue strade divergenti, ma emoziona quando descrive il declino della società occidentale in Lady Barcollando ed evoca La domenica delle salme ma anche Leonard Cohen di The future tra "puttane di regime", "menzogne di eserciti", analisti, equilibristi ed un popolo venduto a pezzi da ogni governo. Emoziona quando cerca Un'antica canzone sulle rotte che conducono alla mitica Creuza de mä. Emoziona quando in Sapevo il credo racconta il disincanto di chi non ha nemmeno più il conforto di una preghiera per affrontare il domani. Emoziona quando parte dalle immagini de "Il miglio verde" per costruire La diligenza, storia di un tentativo di evasione, storia del disperato bisogno di sopravvivenza di un condannato a morte. Emoziona quando s'accontenta di un pianoforte per inseguire la tenera melodia fuori dal tempo di Il silenzio e la luce. Ed emoziona ancora di più quando con quella voce da figlio fragile utilizza in Sempre anà il dialetto genovese per dare un appuntamento in mezzo al mare al padre e a tutti gli amori persi, gli amici persi, gli ideali persi: «Con un pizzico di scaramanzia posso anche essere ottimista». Papà Fabrizio gradirebbe, il popolo dei suoi orfani pure.

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