Recensioni all'album
"Scaramante" 2001


De André jr: "Il mio cd per papà"
«Avvenire» 7.11.2001 di G. Rancilio

Cristiano De André, con "Scaramante" lei ha compiuto un'autentica crescita. Cos'è successo mentre lo componeva?
«Ho esorcizzato un po' di paure e dubbi che avevo dentro. Mi sono liberato. Per un anno e mezzo, dopo la morte di mio padre, ho vissuto in Sardegna : ero pieno di dubbi e insicurezze. Non suonavo più e non pensavo a scrivere canzoni. Poi, un giorno, ho sentito che mi premevano dentro delle cose e che dovevo inciderle su disco».
Nelle note di Scaramante c'è scritto che questo è in qualche modo un suo modesto contributo alla rinascita del nostro mondo occidentale. Un'affermazione impegantiva...
«Troppo impegnativa. Anche perché io mi sono limitato, in brani come Lady barcollando, ad individuare alcune pecche del mondo occidentale, come l'invadenza del mercato e il trionfo dell'avere sull'essere»
Qual è la sua caratteristica umana che non vorrebbe mai fosse venduta o comprata?
«Quel pezzo di infinito che ognuno di mio rappresenta, con le sue storie segrete, emozioni, sensazioni, pianti e risa».
Ma ogni tanto queste sue "cose segrete" diventano canzoni e quindi "merce" da comprare...
«E' vero: a volte accade. Ma decido cosa e come».
Nel brano "Fragile scusa" lei punta il dito contro la tendenza a trovare sempre giustificazioni per gli errori che si compiono.
«Io ho avuto molti amici finiti male e sono stufo di un certo vittimismo. E' venuto il momento di dire chiaramente che è più facile farsi del male che volersi bene. E che tanti si fanno del male, non lo subiscono dagli altri. Per questo sono contento che quella corrente di cantautori e artisti che si rifaceva un po' a Baudelaire ormai sta scomparendo: più che il dolore ci ha insegnato un certo masochismo».
Eppure lei nel nuovo brano "Il silenzio e la luce" parla di morte.
«Si può e si deve parlare di queste cose, ma con leggerezza. Senza cadere dall'altra parte, cioè nella banalità».
Per questo definisce la morte "un piccolo destino"?
«Io la vedo così: in confronto all'enormità di quello che c'è è davvero una cosa piccola».
Cos'ha provato quando una "piccola morte", privata e familiare come quella di suo padre Fabrizio, è diventata un fatto pubblico di cui tutti si sono appropriati un po'?
«Mio padre non avrebbe voluto che la sua morte diventasse eclatante e rumorosa. Io rispetto il suo volere: preferisco non partecipare e non farmi coinvolgere più di tanto da tutte queste manifestazioni, anche se molte sono giuste e sono contento che si facciano. Mi assento ancora di più quando sono fatte solo perché la sua memoria è una buona occasione per mettersi in mostra. Io mio padre ce l'ho dentro, non ho bisogno di manifestazioni per sentirlo più forte».
Le è mai capitato in questi anni di riascoltare una canzone di suo padre?
«E' successo, ma faccio ancora molta fatica».
Il suo nuovo brano "Sempre anà", molto alla "Creuza de mä", sembra una dedica non scritta a suo padre. E' così?
«Sì, come "Il silenzio e la luce"».
Tra poco arriverà di nuovo l'11 gennaio e sarà il terzo anniversario della scomparsa di suo padre. Che effetto le fa?
«Vorrei essere già al 12 gennaio. Ultimamente gli 11, di settembre o di gennaio, non portano granché bene».

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