Recensioni all'album
"Scaramante" 2001


De André. E Cristiano fa un album
«Il Giornale» 7.11.2001

«La morte esiste/ ma è solo un piccolo destino/ perché poi c'è l'amore», canta Cristiano De andré su una trina di pianoforte. E rivedi suo padre: nell'alludere di quei tre versi, e per il modo che ha, Cristiano, di scandire i concetti e le sillabe. E di evocarlo nel viso, le movenze, i tic: che par di vederlo, Faber. Trent'anni fa, le cene nella casa di Genova, a un sospiro dal mare. Sicché "Scaramante", il nuovo album del giovane De André, è un magone sicuro, ma dolce. Perché è bello e intenso, è il traguardo d'un autore ispirato e d'un musicista totale. E perché rinverdisce, ridona, sobilla l'andirivieni della memoria. E lo fa ritrovare, Faber: «Ogni volta che vedo mio figlio, mi rivedo da giovane», diceva. E Cristiano, ora: «L'abbiamo perso...ma no, lui c'è sempre». Ma è un fatto di cuore, di nessi sottili e impliciti. Non certo di scimmiottature, in queste dieci canzoni che mostrano come l'anatroccolo, ormai, sia diventato un cigno, e cammini da solo. Pur con coautori diversi (come Mauro Pagani, e così Sempre anà richiama, senza somigliarle, gli aromi e l'idioma di Creuza de mä), e con gli altri musicisti di casa: Michelatti, Melone e la splendida voce di Luvi De André. Tutti intorno a lui, Cristiano, che suona violino, chitarre, bouzouki, charango, percussioni, tastiere. Onnivoro per vocazione, da sempre: lo compitò a quattro anni, il primo giro di Do, sulla chitarra del padre. Che ne traboccava d'orgoglio: «Mi ci gioco le palle, diventerà più bravo di me». Ma niente scimmiottature, si è detto, in questo viaggiare tra universi lontani: «Eletronica e rock acustico - ammette - Brasile e le Ande, world music, hip hop, ieri e oggi. Per avviare il futuro, ma prima legare il passato e il presente». E magari il Rio Grande, la Senna, l'Hudson. E il Bisagno, il piccolo fiume di Genova: nelle cui acque parche si è specchiata la giovinezza di Paoli, di Tenco e degli altri. Scaramante è nato al crocicchio di tutto questo, in un anno d'invenzione febbrile e di grande lavoro: «Avevo perso mio padre e dopo sei mesi era nata Alice, la mia quarta figlia. Un serrato incrociarsi di gioie e dolori, e così il nuovo disco è stato in fondo, terapeutico: come superare, parlandone, le paure, le insicurezze, i fantasmi. O imparare a conviverci». In che modo? «Raccontando esperienze non più amate, o amate troppo. Svelando, anche a me stesso, incazzature e speranze. Protestando, sognando, bestemmiando questo mondo senz'anima. Affidandomi al cuore, specchiandomi». Modelli? «Fabrizio è insopprimibile, si sa, ma guai a tentare d'imitarlo. Poi c'è De Gregori: da Francesco non può prescindere, chi vuole scrivere cose grandi. Per il resto chissà: ho gusti diversi, estremi, perfino opposti». Anche nella scrittura, bifronte come lo scioglilingua di Sei arrivata, con la sua levità che sconfina in un incubo: «"Sei arrivata dalle idee naviganti, dimenticato cane/ ovulando per diletto sul disastro...": ho cercato di dire come sa devastarci, l'amore, se s'arrende all'egoismo e diventa dolore». Non per niente la musica, qui, ha l'allegrezza straziante dei clown. Progetti? «Per ora il più ovvio, o il più inevitabile: promuovere il disco, dopo sette anni che non ne facevo non voglio che cada nel vuoto. Poi un po' di tregua non guasta. Ma a gennaio, passate le feste, si comincia a lavorare a un tour: sono stati anni difficili, ora ho voglia di muovermi, uscirne. Fare».

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