|
|
«La
morte esiste/ ma è solo un piccolo
destino/ perché poi c'è
l'amore», canta Cristiano De
andré su una trina di pianoforte. E
rivedi suo padre: nell'alludere di quei
tre versi, e per il modo che ha,
Cristiano, di scandire i concetti e le
sillabe. E di evocarlo nel viso, le
movenze, i tic: che par di vederlo, Faber.
Trent'anni fa, le cene nella casa di
Genova, a un sospiro dal mare.
Sicché "Scaramante", il nuovo album
del giovane De André, è un
magone sicuro, ma dolce. Perché
è bello e intenso, è il
traguardo d'un autore ispirato e d'un
musicista totale. E perché
rinverdisce, ridona, sobilla l'andirivieni
della memoria. E lo fa ritrovare, Faber:
«Ogni volta che vedo mio figlio, mi
rivedo da giovane», diceva. E
Cristiano, ora: «L'abbiamo perso...ma
no, lui c'è sempre». Ma
è un fatto di cuore, di nessi
sottili e impliciti. Non certo di
scimmiottature, in queste dieci canzoni
che mostrano come l'anatroccolo, ormai,
sia diventato un cigno, e cammini da solo.
Pur con coautori diversi (come Mauro
Pagani, e così Sempre anà
richiama, senza somigliarle, gli aromi e
l'idioma di Creuza de mä), e con gli
altri musicisti di casa: Michelatti,
Melone e la splendida voce di Luvi De
André. Tutti intorno a lui,
Cristiano, che suona violino, chitarre,
bouzouki, charango, percussioni, tastiere.
Onnivoro per vocazione, da sempre: lo
compitò a quattro anni, il primo
giro di Do, sulla chitarra del padre. Che
ne traboccava d'orgoglio: «Mi ci
gioco le palle, diventerà
più bravo di me». Ma niente
scimmiottature, si è detto, in
questo viaggiare tra universi lontani:
«Eletronica e rock acustico - ammette
- Brasile e le Ande, world music, hip hop,
ieri e oggi. Per avviare il futuro, ma
prima legare il passato e il
presente». E magari il Rio Grande, la
Senna, l'Hudson. E il Bisagno, il piccolo
fiume di Genova: nelle cui acque parche si
è specchiata la giovinezza di
Paoli, di Tenco e degli altri. Scaramante
è nato al crocicchio di tutto
questo, in un anno d'invenzione febbrile e
di grande lavoro: «Avevo perso mio
padre e dopo sei mesi era nata Alice, la
mia quarta figlia. Un serrato incrociarsi
di gioie e dolori, e così il nuovo
disco è stato in fondo,
terapeutico: come superare, parlandone, le
paure, le insicurezze, i fantasmi. O
imparare a conviverci». In che modo?
«Raccontando esperienze non
più amate, o amate troppo.
Svelando, anche a me stesso, incazzature e
speranze. Protestando, sognando,
bestemmiando questo mondo senz'anima.
Affidandomi al cuore, specchiandomi».
Modelli? «Fabrizio è
insopprimibile, si sa, ma guai a tentare
d'imitarlo. Poi c'è De Gregori: da
Francesco non può prescindere, chi
vuole scrivere cose grandi. Per il resto
chissà: ho gusti diversi, estremi,
perfino opposti». Anche nella
scrittura, bifronte come lo scioglilingua
di Sei arrivata, con la sua levità
che sconfina in un incubo: «"Sei
arrivata dalle idee naviganti, dimenticato
cane/ ovulando per diletto sul
disastro...": ho cercato di dire come sa
devastarci, l'amore, se s'arrende
all'egoismo e diventa dolore». Non
per niente la musica, qui, ha l'allegrezza
straziante dei clown. Progetti? «Per
ora il più ovvio, o il più
inevitabile: promuovere il disco, dopo
sette anni che non ne facevo non voglio
che cada nel vuoto. Poi un po' di tregua
non guasta. Ma a gennaio, passate le
feste, si comincia a lavorare a un tour:
sono stati anni difficili, ora ho voglia
di muovermi, uscirne.
Fare».
|