Recensioni all'album
"Scaramante" 2001


Un germoglio nel deserto
«JAM» dicembre 2001 di C. Sanfilippo

Le chitarre, due bicchieri, un posacenere. Tanto basta. Quante volte io e Cristiano ci siamo incontrati nelle nostre case a suonare e a cantare le nostre canzoni, e non solo le nostre. E ogni volta affiorava un languore, la sensazione di un sogno interrotto, uno scorcio di cielo condiviso. Forse per analogie generazionali ci troviamo nell'anima il segno che ha rapito la nostra sete di libertà e di fare musica, quello spirito che ci appartiene ma che abbiamo visto svanire un po' troppo presto. Quello spirito che è nostro, lo conosciamo bene, ma che in fondo non siamo riusciti a vivere se non per una breve stagione giovanile. Quella musica e quelle parole che rendevano i sogni palpabili, possibili. Cosa è successo alla canzone d'autore e in generale alla buona musica italiana dopo la generazione over 5O, planata su di noi sulle ali entusiaste dei Settanta, quando l'ispirazione intorno a noi, addosso a noi, schioccava come una pietra focaia e nel mondo della discografia circolavano idee ambiziose e personaggi, discografici inclusi, che annusavano la musica buona e non avevano paura di cercare, di rischiare? Cristiano ha sofferto, come me e molti altri, il buoi che da tempo confonde le carte del nostro panorama musicale. Ma lui c'è, c'è sempre stato, con l'onestà artistica sempre confermata nei suoi lavori, con gli strumenti (tanti) che è capace di suonare,con la voce che da alcuni anni raccoglie nuovi, più maturi colori. Incontro Cristiano nella più classica delle mattine novembrine di Milano, e intanto scopro, ohibò, che ha smesso di fumare da un mese, mentre io sto passando all'antico toscano. Il posacenere però lo lasciamo lì lo stesso, "scaramantici". Arrivano i caffé, parliamo. Scaramante esce a distanza di sei anni da Sul confine. E' un disco riuscito, maturo, complesso, che mantiene e conferma le promesse del suo predecessore ma ha il grande pregio di essere più immediato. Se dovessi definire in due parole Scaramante, un titolo peraltro molto bello, direi che trattasi di "pop d'autore". Si, mi pare una definizione azzeccata. E' un album dove ritrovo certe atmosfere rock dei Tempi Duri, il gusto per la ballata acustica, le sonorità etniche, una certa canzone d'autore di ispirazione latina, insieme ad alcune forti ispirazioni più recenti, penso all'hip-hop o a Bjork, che connotano alcune sonorità presenti nell'album. Non ho mai avuto il problema di idenificarmi con uno stile preciso, mi piacciono molte cose diverse e forse in questo disco questa policromia di riferimenti esce più allo scoperto. Mi piace spaziare nei suoni del passato, del presente e di quello che mi sembra possa essere il futuro. Fortunatamente non siamo contaminati solo dall'antrace...Senti, io non ho voglia di parlare di singoli. Non trovi che questa esasperata tendenza promozionale sia totalmente negativa, e forse, anche un po' vecchia? Bene così, sono d'accordo, non ne parliamo. E' vero, ed è una responsabilità delle case discografiche che hanno indotto il mercato a questo tipo di comportamento. Da anni tutti sono lì a spremersi il cervello per costruire o per trovare il magico singolo, col risultato che la gran parte dei dischi prodotti contengono il famoso singolo e poco altro, che oltretutto spesso non è né efficace né bello. Si creano false attese e il pubblico alla lunga lo capisce. E a quaranta carte il disco non te lo ricomprano più. Forse sia ndràa ncora di più verso i singoli, ma nel senso dei vecchi 45 giri. Questo è un lungo discorso, in sintesi bisognerebbe tornare a una cultura dell'ascolto più genuina, meno legata alle finte esigenze del marketing, ne beneficerebbe anche al vendita dei dischi. A proposito dei riferimenti musicali di Scaramante, ritrovo anche in questo lavoro una tua particolare attenzione per la parte ritmica. Addirittura c'è un tuo loop di Sul confine che è stato richiesto e utilizzato da David Byrne in un suo recente album, con tanto di credits...Sì, mi chiamò la casa discografica qualcuno mi disse che c'era un certo David Byrne che chiedeva di poter utilizzare quella ritmica, mi chiesero se era il caso di accettare...Ti rendi conto? Poi ho scoperto che la persona in questione non sapeva chi era David Byrne...chiaramente l'ho riportato sulla terra e gli ho detto che accettavo eccome! E' vero che mi piace lavorare sulle ritmiche, che per me sono un po' come il sangue che circola nel corpo della musica, e mi piace anche comporre partendo da lì, trovo che l'elemento ritmico sia essenziale per legare l'ispirazione con l'arrangiamento. Per questo spesso comincio a scrivere partendo proprio dalla ritmica. E' successo così anche per Scaramante, che è stato composto e arrangiato quasi interamente in questo modo. Ho alvorato molto al computer, in questi ultimi anni ho imparato a usarlo abbastanza bene, e si è rivelato fondamentale per cercare, per scegliere. Noto che, come tuo solito, hai suonato una truppa di strumenti: chitarre di vario genere, il charango, il rhodes, il violino, le percussioni, le tastiere, il bouzouki. Non ti è ancora venuto in mente di registrare un album in solitario? Un disco di voce e kazoo, magari...Sì, però all'unisono, voce e kazoo in contemporanea...Mah, non so se sarei in grado e poi comunque io ho bisogno del confronto con gli altri. Non mi piace lavorare da solo, se non in certe parti di un progetto. Mi piace collaborare. Mi piace anche cantare cose di altri, come Sapevo il credo di Marra, Cristiani e Casalino o come La notte di San Lorenzo che ho preso da te per l'album precedente.Parlando di collaborazioni mi pare che Scaramante sia quasi interamente scritto a quattro mani con Oliviero Malaspina. Sì, ho voluto scrivere questo album con Oliviero. Con lui sono in sintonia, c'è stima reciproca, amicizia, affinità umana e artistica. Quali sono le canzoni più "scaramante" dell'album? Direi Le quaranta carte, lì ci sono le giostre, i cavalli rossi, i tarocchi falsi. La canzone si immagina un mondo visto dall'alto, che gira a vuoto e si purifica attraverso gli strumenti della scaramanzia. Oggi una grande parte di mondo si inginocchia davanti al fustino del detersivo, o al telefonino dell'ultima generazione, e perde la propria sana carica spirituale. La nostra è un'epoca di simboli malati. Tutto questo, nonostante le grandi religioni monoteistiche, argomento di triste attualità. Vuoi dire che auspichi una sorta di "neopaganesimo"? Guarda, mi viene in mente una cosa che dice Beppe Grillo: "Hai vissuto la vita rettamente, secondo i principi della Bibbia o del Corano, poi un bel giorno crepi, ti trovi davanti Manitou. Che cazzo gli dici? Be', probabilmente se al posto della "pietra del sole" gli mostri un palmare, ti fa un culo così! Esatto. Comunque, venendo ai nostri tristi giorni di guerra, la nostra è una civiltà aperta. Noi abbiamo la fortuna di sapere cos'è la libertà, i talebani no. Però siamo diventati un pò troppo superficiali. Le società occidentali vivono di troppi orpelli, di troppe cazzate. Stanno perdendo di vista il senso di questo viaggio. Ecco, per tornare a Scaramante, il germoglio perso nella terra arida e desolata raffiguarto in copertina rappresenta il bisogno di rinascere, di rivedere alcune cose essenziali che riguardano il nostro modo di vivere. Quel germoglio rappresenta anche e soprattutto una speranza. In Un'antica canzone parli di "un'anima dimenticata negli ingorghi di parole, tra gli sprechi, nelle strade", ma hai fatto venire in mente Kavafis, che è uno dei miei poeti preferiti. Penso che in questo mondo di ipercomunicazione le parole stanno perdendo il loro significato. Se parli esisti, altrimenti nessuno si accorge di quello che sai, di quello che fai. E questo non mi piace, infatti amo fare dischi quando sento di avere qualcosa da dire. Che cosa pensi di avere ereditato da tuo padre nel tuo modo di fare musica? La pignoleria. A me piace, come a lui, la cura del dettaglio, voglio dare tutto affinché il mio messaggio possa arrivare a chi ascolta nel modo più coerente. Nel momento in cui pubblichi qualcosa devi sapere che quella cosa che stai per pubblicare resterà per sempre e allora lo sforzo di realizzarla al meglio vale comunque la pena. Poi è chiaro che non sarò mai convinto completamente, che col tempo scoprirò errori e dimenticanze, ma devo sapere che in quel momento ho fatto del mio meglio per avvicinarmi il più possibile al progetto che avevo in testa. Da lui penso di aver imparato un'altra cosa: fare musica con l'intento di intraprendere un viaggio pulito, senza atteggiamenti da poeta maledetto, senza ricorrere a trucchi. La musica, quella buona, è una grande medicina, e io faccio musica perché chi mi ascolta possa trovare una speranza, un modo di provare a trovare una speranza, un modo per provare a riflettere, a sorridere, a lottare. Purtroppo una parte del nostro cantautorato si è crogiolata per anni nell'immagine di una canzone ripiegata su se stessa, dai connotati tristi, noiosi, negativi. Ci sono canzoni dedicate a Fabrizio in questo album? Sono due. Sempre anà, scritta con Mauro Pagani, e Il silenzio e la luce, che chiude l'album. La prima è una canzone sul viaggio, l'altra parla di sogni. Dedicate entrambe ai piccoli momenti che ho sempre bisogno di ritrovare. Prima mi dicevi che da qualche tempo soffri un po' di insonnia. Tu sai che io sono fondamentalmente un insonne, per cui mi sento coinvolto. C'è un passo ne Il silenzio e la luce in cui dici che "chi sogna non dorme quasi mai". Da insonne ti confermo che è così; c'entrerà qualcosa con lo scrivere canzoni? Anche Oliviero Malaspina è un insonne, tra l'altro. Sì, in fondo penso che l'ispirazione nasca sul confine tra la veglia e il sonno, una zona non identificata dove si incontrano due stati diversi di coscienza o di incoscienza. Nei credits dedichi questo album agli amici persi, a quelli trovati e a quelli da trovare. Sì, la dedica è per questi amici. Per quelli che hanno sbagliato strada e non sono più riusciti a tornare indietro. E per quelli che invece si sono ritrovati e quelli che spero troveranno la strada per ritrovarsi. E' una dedica molto intima, legata agli anni passati a Genova, la mia città. Con tuo padre parlavi mai in genovese? No, il genovese lo capisco bene, ma non lo parlo mai. Mio padre invece lo parlava e lo scriveva molto bene, vedi Creuza de mä, e non solo. L'ultima tournée con tuo padre, quella di Anime salve, ti ha visto protagonista. Credo sia stata per te un'esperienza profonda. Quanto delle sonorità presenti in Scaramante risentono di quei concerti? La tournée di Anime salve è durata circa tre anni e in tutto quel periodo ho vissuto quasi quotidianamente insieme a mio padre, a mia sorella. E' stato il periodo più lungo e intenso che ho passato insieme a lui, in quei tre anni ci siamo conosciuti, approfonditi, amati. E poi l'esperienza squisitamente musicale, che è stata altrettanto intensa, e infatti ci sono molte cose che mi sono ritrovato nella realizzazione di Scaramante, in particolare per quanto riguarda le sonorità etniche. Siamo di corsa tutt'e due, come si conviene in una classica mattina novembrina di Milano. Ci salutiamo. Le chitarre, i bicchieri, un posacenere. E un pugno di buone canzoni. Tanto basta e basterà.

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