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Le
chitarre, due bicchieri, un posacenere.
Tanto basta. Quante volte io e Cristiano
ci siamo incontrati nelle nostre case a
suonare e a cantare le nostre canzoni, e
non solo le nostre. E ogni volta affiorava
un languore, la sensazione di un sogno
interrotto, uno scorcio di cielo
condiviso. Forse per analogie
generazionali ci troviamo nell'anima il
segno che ha rapito la nostra sete di
libertà e di fare musica, quello
spirito che ci appartiene ma che abbiamo
visto svanire un po' troppo presto. Quello
spirito che è nostro, lo conosciamo
bene, ma che in fondo non siamo riusciti a
vivere se non per una breve stagione
giovanile. Quella musica e quelle parole
che rendevano i sogni palpabili,
possibili. Cosa è successo alla
canzone d'autore e in generale alla buona
musica italiana dopo la generazione over
5O, planata su di noi sulle ali entusiaste
dei Settanta, quando l'ispirazione intorno
a noi, addosso a noi, schioccava come una
pietra focaia e nel mondo della
discografia circolavano idee ambiziose e
personaggi, discografici inclusi, che
annusavano la musica buona e non avevano
paura di cercare, di rischiare? Cristiano
ha sofferto, come me e molti altri, il
buoi che da tempo confonde le carte del
nostro panorama musicale. Ma lui
c'è, c'è sempre stato, con
l'onestà artistica sempre
confermata nei suoi lavori, con gli
strumenti (tanti) che è capace di
suonare,con la voce che da alcuni anni
raccoglie nuovi, più maturi colori.
Incontro Cristiano nella più
classica delle mattine novembrine di
Milano, e intanto scopro, ohibò,
che ha smesso di fumare da un mese, mentre
io sto passando all'antico toscano. Il
posacenere però lo lasciamo
lì lo stesso, "scaramantici".
Arrivano i caffé, parliamo.
Scaramante esce a distanza di sei anni da
Sul confine. E' un disco riuscito, maturo,
complesso, che mantiene e conferma le
promesse del suo predecessore ma ha il
grande pregio di essere più
immediato. Se dovessi definire in due
parole Scaramante, un titolo peraltro
molto bello, direi che trattasi di "pop
d'autore".
Si, mi pare una definizione azzeccata. E'
un album dove ritrovo certe atmosfere rock
dei Tempi Duri, il gusto per la ballata
acustica, le sonorità etniche, una
certa canzone d'autore di ispirazione
latina, insieme ad alcune forti
ispirazioni più recenti, penso
all'hip-hop o a Bjork, che connotano
alcune sonorità presenti
nell'album. Non ho mai avuto il problema
di idenificarmi con uno stile preciso, mi
piacciono molte cose diverse e forse in
questo disco questa policromia di
riferimenti esce più allo scoperto.
Mi piace spaziare nei suoni del passato,
del presente e di quello che mi sembra
possa essere il futuro. Fortunatamente non
siamo contaminati solo
dall'antrace...Senti,
io non ho voglia di parlare di singoli.
Non trovi che questa esasperata tendenza
promozionale sia totalmente negativa, e
forse, anche un po'
vecchia?
Bene così, sono d'accordo, non ne
parliamo. E' vero, ed è una
responsabilità delle case
discografiche che hanno indotto il mercato
a questo tipo di comportamento. Da anni
tutti sono lì a spremersi il
cervello per costruire o per trovare il
magico singolo, col risultato che la gran
parte dei dischi prodotti contengono il
famoso singolo e poco altro, che
oltretutto spesso non è né
efficace né bello. Si creano false
attese e il pubblico alla lunga lo
capisce. E a quaranta carte il disco non
te lo ricomprano più. Forse sia
ndràa ncora di più verso i
singoli, ma nel senso dei vecchi 45 giri.
Questo è un lungo discorso, in
sintesi bisognerebbe tornare a una cultura
dell'ascolto più genuina, meno
legata alle finte esigenze del marketing,
ne beneficerebbe anche al vendita dei
dischi.
A proposito dei riferimenti musicali di
Scaramante, ritrovo anche in questo lavoro
una tua particolare attenzione per la
parte ritmica. Addirittura c'è un
tuo loop di Sul confine che è stato
richiesto e utilizzato da David Byrne in
un suo recente album, con tanto di
credits...Sì,
mi chiamò la casa discografica
qualcuno mi disse che c'era un certo David
Byrne che chiedeva di poter utilizzare
quella ritmica, mi chiesero se era il caso
di accettare...Ti rendi conto? Poi ho
scoperto che la persona in questione non
sapeva chi era David Byrne...chiaramente
l'ho riportato sulla terra e gli ho detto
che accettavo eccome! E' vero che mi piace
lavorare sulle ritmiche, che per me sono
un po' come il sangue che circola nel
corpo della musica, e mi piace anche
comporre partendo da lì, trovo che
l'elemento ritmico sia essenziale per
legare l'ispirazione con l'arrangiamento.
Per questo spesso comincio a scrivere
partendo proprio dalla ritmica. E'
successo così anche per Scaramante,
che è stato composto e arrangiato
quasi interamente in questo modo. Ho
alvorato molto al computer, in questi
ultimi anni ho imparato a usarlo
abbastanza bene, e si è rivelato
fondamentale per cercare, per
scegliere.
Noto
che, come tuo solito, hai suonato una
truppa di strumenti: chitarre di vario
genere, il charango, il rhodes, il
violino, le percussioni, le tastiere, il
bouzouki. Non ti è ancora venuto in
mente di registrare un album in
solitario?
Un
disco di voce e kazoo,
magari...Sì,
però all'unisono, voce e kazoo in
contemporanea...Mah,
non so se sarei in grado e poi comunque io
ho bisogno del confronto con gli altri.
Non mi piace lavorare da solo, se non in
certe parti di un progetto. Mi piace
collaborare. Mi piace anche cantare cose
di altri, come Sapevo il credo di Marra,
Cristiani e Casalino o come La notte di
San Lorenzo che ho preso da te per l'album
precedente.Parlando
di collaborazioni mi pare che Scaramante
sia quasi interamente scritto a quattro
mani con Oliviero
Malaspina.
Sì, ho voluto scrivere questo album
con Oliviero. Con lui sono in sintonia,
c'è stima reciproca, amicizia,
affinità umana e artistica.
Quali
sono le canzoni più "scaramante"
dell'album? Direi
Le quaranta carte, lì ci sono le
giostre, i cavalli rossi, i tarocchi
falsi. La canzone si immagina un mondo
visto dall'alto, che gira a vuoto e si
purifica attraverso gli strumenti della
scaramanzia. Oggi una grande parte di
mondo si inginocchia davanti al fustino
del detersivo, o al telefonino dell'ultima
generazione, e perde la propria sana
carica spirituale. La nostra è
un'epoca di simboli
malati.
Tutto questo, nonostante le grandi
religioni monoteistiche, argomento di
triste attualità. Vuoi dire che
auspichi una sorta di "neopaganesimo"?
Guarda,
mi viene in mente una cosa che dice Beppe
Grillo: "Hai vissuto la vita rettamente,
secondo i principi della Bibbia o del
Corano, poi un bel giorno crepi, ti trovi
davanti Manitou.
Che
cazzo gli
dici?
Be', probabilmente se al posto della
"pietra del sole" gli mostri un palmare,
ti fa un culo così! Esatto.
Comunque, venendo ai nostri tristi giorni
di guerra, la nostra è una
civiltà aperta. Noi abbiamo la
fortuna di sapere cos'è la
libertà, i talebani no. Però
siamo diventati un pò troppo
superficiali. Le società
occidentali vivono di troppi orpelli, di
troppe cazzate. Stanno perdendo di vista
il senso di questo viaggio. Ecco, per
tornare a Scaramante, il germoglio perso
nella terra arida e desolata raffiguarto
in copertina rappresenta il bisogno di
rinascere, di rivedere alcune cose
essenziali che riguardano il nostro modo
di vivere. Quel germoglio rappresenta
anche e soprattutto una speranza. In
Un'antica canzone parli di "un'anima
dimenticata negli ingorghi di parole, tra
gli sprechi, nelle strade", ma hai fatto
venire in mente Kavafis, che è uno
dei miei poeti preferiti.
Penso
che in questo mondo di ipercomunicazione
le parole stanno perdendo il loro
significato. Se parli esisti, altrimenti
nessuno si accorge di quello che sai, di
quello che fai. E questo non mi piace,
infatti amo fare dischi quando sento di
avere qualcosa da dire.
Che
cosa pensi di avere ereditato da tuo padre
nel tuo modo di fare musica?
La
pignoleria. A me piace, come a lui, la
cura del dettaglio, voglio dare tutto
affinché il mio messaggio possa
arrivare a chi ascolta nel modo più
coerente. Nel momento in cui pubblichi
qualcosa devi sapere che quella cosa che
stai per pubblicare resterà per
sempre e allora lo sforzo di realizzarla
al meglio vale comunque la pena. Poi
è chiaro che non sarò mai
convinto completamente, che col tempo
scoprirò errori e dimenticanze, ma
devo sapere che in quel momento ho fatto
del mio meglio per avvicinarmi il
più possibile al progetto che avevo
in testa. Da lui penso di aver imparato
un'altra cosa: fare musica con l'intento
di intraprendere un viaggio pulito, senza
atteggiamenti da poeta maledetto, senza
ricorrere a trucchi. La musica, quella
buona, è una grande medicina, e io
faccio musica perché chi mi ascolta
possa trovare una speranza, un modo di
provare a trovare una speranza, un modo
per provare a riflettere, a sorridere, a
lottare. Purtroppo una parte del nostro
cantautorato si è crogiolata per
anni nell'immagine di una canzone
ripiegata su se stessa, dai connotati
tristi, noiosi,
negativi.
Ci sono canzoni dedicate a Fabrizio in
questo album?
Sono due. Sempre anà, scritta con
Mauro Pagani, e Il silenzio e la luce, che
chiude l'album. La prima è una
canzone sul viaggio, l'altra parla di
sogni. Dedicate entrambe ai piccoli
momenti che ho sempre bisogno di
ritrovare. Prima
mi dicevi che da qualche tempo soffri un
po' di insonnia. Tu sai che io sono
fondamentalmente un insonne, per cui mi
sento coinvolto. C'è un passo ne Il
silenzio e la luce in cui dici che "chi
sogna non dorme quasi mai". Da insonne ti
confermo che è così;
c'entrerà qualcosa con lo scrivere
canzoni? Anche
Oliviero Malaspina è un insonne,
tra l'altro. Sì, in fondo penso che
l'ispirazione nasca sul confine tra la
veglia e il sonno, una zona non
identificata dove si incontrano due stati
diversi di coscienza o di
incoscienza.
Nei credits dedichi questo album agli
amici persi, a quelli trovati e a quelli
da trovare. Sì,
la dedica è per questi amici. Per
quelli che hanno sbagliato strada e non
sono più riusciti a tornare
indietro. E per quelli che invece si sono
ritrovati e quelli che spero troveranno la
strada per ritrovarsi. E' una dedica molto
intima, legata agli anni passati a Genova,
la mia città.
Con
tuo padre parlavi mai in genovese?
No,
il genovese lo capisco bene, ma non lo
parlo mai. Mio padre invece lo parlava e
lo scriveva molto bene, vedi Creuza de
mä, e non
solo.
L'ultima tournée con tuo padre,
quella di Anime salve, ti ha visto
protagonista. Credo sia stata per te
un'esperienza profonda. Quanto delle
sonorità presenti in Scaramante
risentono di quei concerti?
La
tournée di Anime salve è
durata circa tre anni e in tutto quel
periodo ho vissuto quasi quotidianamente
insieme a mio padre, a mia sorella. E'
stato il periodo più lungo e
intenso che ho passato insieme a lui, in
quei tre anni ci siamo conosciuti,
approfonditi, amati. E poi l'esperienza
squisitamente musicale, che è stata
altrettanto intensa, e infatti ci sono
molte cose che mi sono ritrovato nella
realizzazione di Scaramante, in
particolare per quanto riguarda le
sonorità
etniche.
Siamo
di corsa tutt'e due, come si conviene in
una classica mattina novembrina di Milano.
Ci salutiamo. Le chitarre, i bicchieri, un
posacenere. E un pugno di buone canzoni.
Tanto basta e basterà.
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