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Qualche
anno fa Cristiano De André diceva
di aver preso dal padre «la coerenza,
la musicalità, l'amore per la
cultura. Un po' meno la
genialità». Ora Cristiano si
trova solo, con quella voce che sembra
clonata da quella di papà Fabrizio,
e un album che arriva dopo un luno
silenzio. Scaramante, dice il titolo, un
gioco di parole rubato a un film di
Daniele Pignatelli, a metà strada
tra l'esorcismo e le care amanti perdute
evocate da quella "s" prefissale. «E
di scaramanzia ho bisogno io, come tutti
quanti noi» spiega Cristiano:
«Io perché so bene quanto sia
importante questo disco nella mia
carriera, quanto sia atteso soprattutto
ora che mio padre non c'è
più. Ho accettato questa
responsabilità, ma senza farmene
schiacciare: io sono io, io sono qui, se
va bene ok, altrimenti...Ma la scaramanzia
ormai è anche l'ultima risorsa dei
popoli, almeno quelli occidentali, che
dovrebbero ormai essere vaccinati dai
fondamentalismi religiosi e politici.
Perso il credo, qualsiasi credo, non
rimane che un cornetto portafortuna».
Amareggiato «dalla deriva patriottica
e guerrafondaia che anima
quest'Italietta», De André
junior tenta di mettere insieme canzoni
d'autore, certo songwriting rock americano
(Tom Petty soprattutto) e nuovi orizzonti
etnici (ancora un'eredità di
papà) chiedendo una mano ad amici
come Oliviero Malaspina, Daniele Fossati,
Rudy Marra, Mauro Pagani. ll risultato
è incerto, ma interessante e
originale, come quel tenero germoglio
fotografato all'interno della copertina.
Cristiano ancora non ha trovato la sua
cifra, a volte segue strade divergenti, ma
emoziona quando descrive il declino della
società occidentale in Lady
Barcollando ed evoca La domenica delle
salme ma anche Leonard Cohen di The future
tra "puttane di regime", "menzogne di
eserciti", analisti, equilibristi ed un
popolo venduto a pezzi da ogni governo.
Emoziona quando cerca Un'antica canzone
sulle rotte che conducono alla mitica
Creuza de mä. Emoziona quando in
Sapevo il credo racconta il disincanto di
chi non ha nemmeno più il conforto
di una preghiera per affrontare il domani.
Emoziona quando parte dalle immagini de
"Il miglio verde" per costruire La
diligenza, storia di un tentativo di
evasione, storia del disperato bisogno di
sopravvivenza di un condannato a morte.
Emoziona quando s'accontenta di un
pianoforte per inseguire la tenera melodia
fuori dal tempo di Il silenzio e la luce.
Ed emoziona ancora di più quando
con quella voce da figlio fragile utilizza
in Sempre anà il dialetto genovese
per dare un appuntamento in mezzo al mare
al padre e a tutti gli amori persi, gli
amici persi, gli ideali persi: «Con
un pizzico di scaramanzia posso anche
essere ottimista». Papà
Fabrizio gradirebbe, il popolo dei suoi
orfani pure.
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