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Cristiano
De André, con "Scaramante" lei ha
compiuto un'autentica crescita.
Cos'è successo mentre lo
componeva?
«Ho
esorcizzato un po' di paure e dubbi che
avevo dentro. Mi sono liberato. Per un
anno e mezzo, dopo la morte di mio padre,
ho vissuto in Sardegna : ero pieno di
dubbi e insicurezze. Non suonavo
più e non pensavo a scrivere
canzoni. Poi, un giorno, ho sentito che mi
premevano dentro delle cose e che dovevo
inciderle su disco».
Nelle
note di Scaramante c'è scritto che
questo è in qualche modo un suo
modesto contributo alla rinascita del
nostro mondo occidentale. Un'affermazione
impegantiva...
«Troppo
impegnativa. Anche perché io mi
sono limitato, in brani come Lady
barcollando, ad individuare alcune pecche
del mondo occidentale, come l'invadenza
del mercato e il trionfo dell'avere
sull'essere»
Qual è la sua caratteristica umana
che non vorrebbe mai fosse venduta o
comprata?
«Quel pezzo di infinito che ognuno di
mio rappresenta, con le sue storie
segrete, emozioni, sensazioni, pianti e
risa».
Ma
ogni tanto queste sue "cose segrete"
diventano canzoni e quindi "merce" da
comprare...
«E'
vero: a volte accade. Ma decido cosa e
come».
Nel
brano "Fragile scusa" lei punta il dito
contro la tendenza a trovare sempre
giustificazioni per gli errori che si
compiono.
«Io
ho avuto molti amici finiti male e sono
stufo di un certo vittimismo. E' venuto il
momento di dire chiaramente che è
più facile farsi del male che
volersi bene. E che tanti si fanno del
male, non lo subiscono dagli altri. Per
questo sono contento che quella corrente
di cantautori e artisti che si rifaceva un
po' a Baudelaire ormai sta scomparendo:
più che il dolore ci ha insegnato
un certo masochismo».
Eppure
lei nel nuovo brano "Il silenzio e la
luce" parla di morte.
«Si
può e si deve parlare di queste
cose, ma con leggerezza. Senza cadere
dall'altra parte, cioè nella
banalità».
Per
questo definisce la morte "un piccolo
destino"?
«Io
la vedo così: in confronto
all'enormità di quello che
c'è è davvero una cosa
piccola».
Cos'ha
provato quando una "piccola morte",
privata e familiare come quella di suo
padre Fabrizio, è diventata un
fatto pubblico di cui tutti si sono
appropriati un po'?
«Mio
padre non avrebbe voluto che la sua morte
diventasse eclatante e rumorosa. Io
rispetto il suo volere: preferisco non
partecipare e non farmi coinvolgere
più di tanto da tutte queste
manifestazioni, anche se molte sono giuste
e sono contento che si facciano. Mi
assento ancora di più quando sono
fatte solo perché la sua memoria
è una buona occasione per mettersi
in mostra. Io mio padre ce l'ho dentro,
non ho bisogno di manifestazioni per
sentirlo più
forte».
Le
è mai capitato in questi anni di
riascoltare una canzone di suo padre?
«E'
successo, ma faccio ancora molta
fatica».
Il
suo nuovo brano "Sempre anà", molto
alla "Creuza de mä", sembra una
dedica non scritta a suo padre. E'
così?
«Sì,
come "Il silenzio e la
luce"».
Tra
poco arriverà di nuovo l'11 gennaio
e sarà il terzo anniversario della
scomparsa di suo padre. Che effetto le
fa?
«Vorrei
essere già al 12 gennaio.
Ultimamente gli 11, di settembre o di
gennaio, non portano granché
bene».
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